Un soir de brume je traversais La Grand-Place de Tournai Avec elle à mes côtés Si nos pas résonnaient Nos voix restaient muettes Témoin distrait le beffroi Gris-bleu (veiné de reflets violets).
Rumes 2/03/2024
Illustration : Tournai dans la brume – Le beffroi Image modifiée par IA (intelligence artificielle)
Il castello di Gaasbeek, un centro di italianità risorgimentale
La sorte riservata all’Italia, nell’ambito della riorganizzazione politica europea elaborata al congresso di Vienna (1815), non è affatto brillante : l’Italia, spezzettata una volta ancora, ricade sotto il giogo straniero, in questo caso austriaco.
Sorgono società segrete aventi per obiettivo supremo di liberare il paese e di unificarlo politicamente.
Dei moti vengono organizzati ma falliscono. La repressione colpisce in modo estremamente rigoroso i patrioti. Quando possono fuggire, numerosi sono coloro che si esiliano volontariamente.
Un flusso di esuli provenienti dalla penisola raggiunge il Belgio, considerato paese liberale.
Fino al momento dell’unificazione italiana una vera e propria comunità formata da esuli transalpini si raggruppa principalmente a Bruxelles.
Tra le figure degli esuli italiani in Belgio si distingue particolarmente quella del marchese Giuseppe Arconati Visconti (Milano 1797 – Milano 1873), nipote di Paolo Arconati.
Favorevole all’indipendenza italiana, Giuseppe Arconati milita nelle file dei patrioti liberali contro l’occupante austriaco. Nel 1821, scampa per poco all’arresto ed è costretto all’esilio; prima a Parigi, quindi in Belgio, a Gaasbeek, nel castello di proprietà della sua famiglia.
Condannato a morte in Italia nel frattempo, Arconati s’impegna a fare della sua dimora un luogo d’incontro e di raccolta degli esuli politici italiani del campo moderato (in contrapposizione ai sostenitori di Filippo Buonarroti) [un rivoluzionario pisano anch’egli esule a Bruxelles in quegli anni]. Sua moglie, Costanza Trotti (Vienna 1800 – Vienna 1871), lo asseconda in questa azione.
Arconati tornerà in Italia soltanto nel 1838. Il fallimento dei moti milanesi del 1848 lo costringerà ulteriormente a stabilirsi nel Piemonte dove sedierà al Parlamento. Più tardi, nel 1865, sarà elevato al rango di senatore del Regno d’Italia. Muore a Milano l’11 marzo 1873.
Nei loro salotti, a Bruxelles dove possiedono un palazzo privato (Place Royale) e a Gaasbeek, i coniugi Arconati accolgono artisti ed eruditi, come Quinet, Longfellow o Adolphe Quetelet. Molti belgi, non meno autorevoli, partecipano agli incontri che organizzano. Esuli italiani famosi e meno famosi vengono ospitati più a lungo nel castello.
Il poeta Giovanni Berchet (Milano 1783 – Torino 1851), vi risiede a partire dal 1829. Pur occupandosi dell’istruzione di Carlo, figlio del marchese Arconati, egli studia la letteratura spagnola e traduce « I Nibelunghi » e « L’Iliade ». Pubblicherà inoltre a Bruxelles, nel 1837, una raccolta di « Vecchie romanze spagnole » tradotte in lingua italiana.
Lo scrittore e critico Giovita Scalvini (Botticino, Brescia, 1791 – Brescia 1843) vi rimane, a partire dal 1833, fino al suo ritorno a Brescia nel 1838. In quell’ambiente, si dedica alla traduzione in italiano della prima parte di « Faust ».
Il conte Giovanni Arrivabene (Mantova 1787 – 1881), anch’egli condannato alla pena capitale in Italia, soggiorna nel castello, in modo intermittente (soprattutto d’estate), dal 1827 al 1859, data alla quale torna in Italia.
Durante il suo esilio a Gaasbeek, il conte Arrivabene « non rimaneva ozioso, scrive Herman Vandormael. Nel 1832, su richiesta di N. W. Senior, economista e professore a Oxford, il quale si interessava vivamente ai problemi sociali, condusse un’indagine a Gaasbeek sotto forma di domande e risposte dettagliate che dovevano dare un’immagine del tenore di vita dei braccianti agricoli. Accompagnato dal parroco o dalla guardia campestre che fungevano da interprete, Arrivabene faceva il giro delle case per esaminare come la gente era alloggiata e vestita, cosa mangiava, come lavorava, se i bambini frequentassero la scuola, ecc. Nel 1907, il capofila socialista Emile Vandervelde attinse nel lavoro del conte Arrivabene per il proprio studio : « E’ migliorata la situazione nelle campagne ? Un villaggio brabantino nel 1833. Gaesbeek. Com’è adesso. » Vi pubblicava i risultati della propria indagine condotta per mezzo delle 154 domande poste agli abitanti di Gaasbeek da Arrivabene. Ne trasse la conclusione che il tenore di vita tra il 1833 e il 1907 era aumentato molto leggermente, ma che i braccianti agricoli ed i piccoli agricoltori indipendenti continuavano a vivacchiare miseramente. »
Oltre a quest’indagine, che colloca il conte Arrivabene tra i precursori della sociologia moderna, l’esule italiano contribuisce utilmente ai lavori di diverse commissioni governative volte a migliorare la situazione delle classi lavoratrici.
Rumes 08/2017
Illustration : Vue aérienne du château de Gaasbeek (Brabant flamand, Belgique)
Le château présente un aspect médiéval de l’extérieur et des façades Renaissance côté cour
Brano tratto da « Histoire des Italiens en Belgique, de César à Paola », Arcangelo Petrantò, ACLI Belgio, 2000 (traduzione in italiano a cura dell’autore)
Publié in : Club di conversazione italiana di Tournai (Lo Specchio), Bollettino n. 227 / settembre 2017
Je ferme les yeux et tout s’estompe Mon corps lui-même ses frontières Deviennent poreuses d’abord Ensuite elles disparaissent Reste la conscience Prête elle-même à disparaître Présage du néant
Est-ce là l’illusion Dont parlent les poètes ?
Les barrières des mondes N’auraient donc Que l’épaisseur des paupières ?
Bruxelles 13/10/2009
Illustration : William Turner, vers 1840-1845 – Yacht s’approchant de la côte
Une fois la réalité usée effondrée Il ne reste plus qu’un socle lourd Fermé Dernier vestige De l’optimisme conquérant (Ou réduit orgueilleux Secret creuset de l’insurrection ?).
Bruxelles 2/10/1997
Illustration : Arcangelo Petrantò, 2025 – Vestiges de fortifications Image générée par IA (intelligence artificielle)
Tra gli italiani che vivono in Belgio durante il periodo rivoluzionario e napoleonico, una delle figure più notevoli è senza dubbio il marchese Paolo Arconati Visconti, discendente da una famiglia aristocratica milanese.
Stabilito a Gaasbeek, nel Brabante, dove possiede un castello, egli accede a funzioni di primo piano nel 1797, quando viene eletto sindaco di Bruxelles, prima di essere rimosso dal Direttorio, dopo pochi mesi.
Dopo il colpo di Stato di Napoleone, egli accetta, il 26 aprile 1800, nonostante l’ampiezza del compito da svolgere, di essere nominato alla guida del comune di Bruxelles. Purtroppo, la gravità della situazione è così desolante (pesante deficit di bilancio, ristagno economico…), la coalizione degli oppositori alle sue iniziative di riforme così forte, che egli si dimette dopo solo tre mesi, una volta rifiutate le sue proposte che includevano persino l’impegno della propria fortuna personale.
Delegato del dipartimento della Dyle, assiste a Parigi, il 23 settembre dello stesso anno, alle feste della Repubblica.
Alcuni mesi più tardi è nominato membro del Consiglio generale del dipartimento della Dyle, funzione che ricoprirà fino al 1811, e torna a sedere, dal 1804, al consiglio comunale di Bruxelles, ma questa volta come semplice consigliere.
Personaggio accattivante, Paolo Arconati unisce all’attivismo politico, un comportamento originale se non addirittura fantasioso la cui memoria leggendaria si è tramandata fino ai nostri giorni.
Così un giorno egli propone di adibire a serbatoio d’acqua, a sue spese, una torre delle mura di cinta in disuso di Bruxelles. Un’altra volta, protesta per non aver ricevuto, al « Te Deum » il posto che gli spettava. Prevede la costruzione di una strada che collegherebbe Gaasbeek alla carreggiata di Mons, per raggiungere più facilmente Bruxelles e Parigi, e la costruzione, all’incrocio, di una gigantesca piramide in stile gotico che sarebbe attraversata dalle strade. Fa innalzare, in onore di Napoleone, che egli ammira, un arco di trionfo nel parco di Gaasbeek e fa ricostruire, a sue spese, la navata laterale di destra della chiesa di Vlezenbeek. Nel 1811, acquista la Casa del Re sulla Grand-Place di Bruxelles, la fa restaurare e fa ristabilire, sulla facciata, la statua della Vergine che una volta l’ornava. Al primo piano dell’edificio, ripristina la vecchia camera di retorica « Den Wyngaerd » che può così rinascere grazie alla sua protezione. Più tardi, sotto il regno di Guglielmo I, fa attaccare alla sua carrozza cinque cavalli ed una mula perché l’etichetta prevede che attaccare sei cavalli sia un appannaggio della famiglia reale.
Grande viaggiatore, Paolo Arconati percorre l’Europa intera, dall’Inghilterra alla Polonia e alla Russia, dalla Francia alla Svezia e fino in Lapponia. Ma è soprattutto il suo viaggio in Turchia, compiuto nel 1810, che gli lascia un ricordo incantevole. Al ritorno, decora il suo castello alla maniera orientale e si trasforma in principe ottomano, con turbante e pugnale damaschinato.
Un capitano inglese di passaggio a Gaasbeek nel 1815 lo descrive come « al di sotto della media, un po’ curvato dagli anni, magro, esile e indaffarato… lineamenti regolari… occhi vivi, brillanti, intelligenti… Il suo abito era interamente turco. (…) Non so quali fossero i suoi sentimenti religiosi, ma sotto qualsiasi altro aspetto era diventato un turco perfetto… »
Paolo Arconati muore a Bruxelles il 20 agosto 1821. L’eccentricità del marchese italiano si era accentuata ancor di più verso la fine della sua vita. Allo scopo di meditare sui momenti ultimi aveva addirittura preso l’abitudine di rimanere disteso in una bara aperta !
Rumes 08/2017
Illustration : Paolo Arconati-Visconti (1754 – 1821)
Brano tratto da « Histoire des Italiens en Belgique, de César à Paola », Arcangelo Petrantò, ACLI Belgio, 2000 (traduzione in italiano a cura dell’autore)
Publié in : Club di conversazione italiana di Tournai (Lo Specchio), Bollettino n. 227 / settembre 2017
Les deux dimensions du karma pourraient être assimilées l’une aux situations dans lesquelles on se retrouve plongé ou auxquelles on se trouve confronté, l’autre au tempérament de chacun qui impulse notre réaction.
L’idée serait, compte tenu de ces considérations, de sortir de cette combinaisons d’états par le haut !
Illustration : Lucio Fontana, vers 1960/1965 – « Concept spatial »
Né en Argentine de parents italiens en 1899, Fontana est mort à Varese (Italie) en 1968 Il donna vie, à partir de 1947, au mouvement artistique spatialiste
Ma mère, dont la langue maternelle était le sicilien, avait étudié l’italien à l’école, comme tous les enfants de sa génération. Bien sûr, c’était un bilinguisme inégal. L’italien étant comme surajouté artificiellement au sicilien.
Les hasards et les nécessités de la vie la conduisirent en France (mais ça aurait pu être les Etats-Unis d’Amérique ou le Venezuela !). Ce qui l’obligea à surajouter une autre langue à son mode d’expression : le français.
Dans ce type de situation multilingue, les interférences entre les langues sont quasiment inévitables.
C’est ainsi qu’un jour, en parlant justement de la connaissance des langues, elle affirma — et je trouve cette phrase tellement poétique, comme l’affleurement d’une réminiscence latine : « È bello conoscere plussiore lingue ».
Rumes 29/05/2023
Illustration : Carte de la Sicile composée à partir de mots siciliens
Gli avvenimenti che avvengono nel Congo, nel Ruanda e nel Burundi, ossia nelle ex-colonie belghe, continuano a sollecitare l’attenzione dei media e del pubblico belga. Il lungo rapporto coloniale, la presenza della lingua francese, gli interessi economici tuttora vivi, concorrono a rendere « privilegiate » le relazioni tra il Belgio e questa parte dell’Africa.
È in questo contesto interattivo che s’inserisce il libro pubblicato dal nostro amico Jean Luxen e dedicato al delicato periodo della decolonizzazione e più particolarmente al periodo della concessione dell’indipendenza al Congo.
« Dipenda » — è proprio il titolo del libro —, con l’opportuno sottotitolo « Congo belga — Ruanda — Urundi : avvenimenti del 1960 vissuti da un parà » intende presentare una testimonianza autentica di come sono andate le cose sul campo.
L’originalità dell’opera risiede precisamente in questa visione personale e vissuta che ci viene proposta di quello storico evento e del proprio impegno in quel contesto. Diciamo subito che il libro si legge come un romanzo e si guarda come un reportage alla tivù.
Si legge come un romanzo perché è scritto in una lingua scorrevole quanto piacevole. Esso ci coinvolge per l’alternarsi di scene, di situazioni e di azioni culminanti nel drammatico episodio che vede l’autore, insieme ad altri commilitoni, catturato dai soldati della minacciosa Forza Pubblica.
Si guarda poi come un reportage alla tivù perché il libro è colmo di documenti fotografici autentici che accompagnano quasi pagina per pagina (si potrebbe persino dire giorno per giorno) il filo del racconto (tranne naturalmente il momento quando l’autore si ritrova in pericolo di vita).
In qualche modo partecipiamo anche noi virtualmente alla missione dei parà in Africa. Seguiamo il percorso che va dall’indispensabile formazione in Belgio al viaggio verso le terre africane e dal contatto con l’ambiente congolese alle operazioni sul campo.
Il racconto è accattivante anche per un’altra ragione e cioè per le numerose osservazioni personali fatte dall’autore riguardanti luoghi, territori, ambiente naturale, gente incontrata e avvenimenti in corso in quel momento nel paese.
Infatti, il parà Jean Luxen è un osservatore attento, conscio di vivere una esperienza unica in quella terra d’Africa per cui egli desidera fare una provvisione di immagini, profumi, sensazioni.
Via via che il nostro amico viveva la sua esperienza africana, raccoglieva tutte le sue impressioni e tutti i suoi sentimenti per mezzo di lettere e di fotografie che inviava alla propria famiglia, in Belgio. Questo « tesoro » non è andato distrutto per via degli anni trascorsi anzi è stato preziosamente conservato ed è proprio in questo materiale che l’autore ha attinto per elaborare il suo libro.
Naturalmente, per noi del Club di conversazione italiana di Tournai, il fatto di conoscere personalmente Jean Luxen (proprio perché frequentatore del nostro gruppo) conferisce al libro una carica sentimentale in più. Il suo racconto oltre ad avere di certo un valore storico e documentario acquisisce una dimensione umana ed esemplare — non tutti i 70.000 soldati volontari belgi che sono andati (o erano disposti ad andare) nel Congo hanno scritto le loro memorie o un rapporto particolareggiato delle azioni compiute !
A coronamento infine di questo bell’impegno nei confronti di se stesso e degli altri, occorre segnalare che l’immagine di copertina è opera dello stesso autore. Non conoscevamo questa sua dote per l’arte figurativa e ce ne compiacciamo. Chissà se un giorno Jean Luxen non ci inviterà all’inaugurazione di una mostra personale ?
Non posso, a titolo personale, chiudere questo scritto senza far cenno a sentimenti più intimi scaturiti dalla lettura del libro dell’amico Giovanni. Seguendo le sequenze della sua missione in Africa mi veniva in mente parallelamente la lunga avventura africana di mio padre. Ugualmente da militare (ma anche come lavoratore), egli aveva pure viaggiato con la nave, aveva sentito quello straordinario impatto con la natura e la diversità umana, era rimasto carico di pregnanti ricordi comunicati più tardi alla propria famiglia.
Non è un caso se ancora adesso posso enunciare a memoria decine di nomi di luoghi in cui è vissuto in Africa orientale : Asmara, Massaua, Cheren, Agordat, Addis Abeba, Macallè, Dire Daua, Mogadiscio, Chisimaio…
Invitato d’onore, il nostro amico Jean Luxen, autore di « Dipenda » (gli avvenimenti del 1960 nel Congo belga, Ruanda e Urundi vissuti da lui stesso come parà), ci presenterà il suo libro nel corso della riunione del 2 maggio 2001. Oltre a dirci le motivazioni che l’hanno spinto a scrivere quest’opera, ci preciserà a viva voce alcuni episodi ricordati nel suo racconto (o forse altri ?).
Rumes 04/2001
Illustration : Couverture du livre « Dipenda » de Jean Luxen (Editions De Krijger, 2001) La couverture a été peinte par l’auteur
Publié in : Club di conversazione italiana di Tournai (Lo Specchio), Bollettino n. 81 / maggio 2001